White

Ho appena terminato White e se potessi telefonerei a Bret Easton Ellis per continuare a fare conversazione…Ho volontariamente prolungato l’attesa quando è stato pubblicato lo scorso aprile, tra le altre cose perchè i libri restano l’unica cosa che non acquisto online.

Sono corsa in libreria il primo giorno dell’uscita italiana, ho tenuto gelosamente fra le mani la mia copia autografata, ho letto centellinando le pagine come con un buon vino, l’ho alternato ad altre letture ma alla fine la fine è arrivata.

Ci sono pochi scrittori che ho seguito con fedeltà assoluta e che non mi hanno mai delusa ed ora che Philip Roth se n’è andato, posso dire che Ellis è l’autore vivente che sento più vicino in assoluto.

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White, Bret Easton Ellis

Sono convinta che aver letto American Psycho a tredici anni abbia in qualche modo dato voce e delineato i gusti e la visione del mondo della me bambina di allora che entrava nell’adolescenza e quando nel corso degli anni l’ho riletto ancora, ancora e ancora, l’ho citato e ne ho discusso con altri appassionati, ho avuto la conferma che da quelle pagine nascesse la fotografia della società di com’era allora ma soprattutto di cosa sarebbe diventata oggi…

A.P.  parlava di cosa significasse essere una persona immersa in una società con cui era in disaccordo e di che cosa accadeva quando si accettava di vivere secondo i valori di questa pur sapendo che erano sbagliati. L’ansia e l’autoinganno ne erano i punti focali. La follia si insinuava e diventava irrefrenabile. Questo era il risultato del mettersi a rincorrere il Sogno Americano: isolamento, alienazione, corruzione, il vuoto consumista schiavo della tecnologia e della cultura delle corporation. Tutti i temi del romanzo sono ancora dominanti tre decenni dopo, quando l’un percento dell’umanità è a un tratto più ricco di quanto nessun essere umano sia mai stato in precedenza, un’epoca in cui un jet equivale a un’auto nuova e un affitto milionario è diventato realtà. New York dal 2016 in poi è stata A.P. all’ennesima potenza. E malgrado le connessioni garantite da internet e dai social, molte persone hanno cominciato a sentirsi persino più isolate e sempre più consapevoli che l’idea stessa dell’interconnessione non è altro che un’illusione. Cosa che sembra particolarmente dolorosa quando siedi solo in una stanza e fissi lo schermo luccicante che ti promette di poter accedere all’intimità di un infinito numero di vite altrui, una condizione che rispecchia la solitudine e l’alienazione di Bateman: può avere tutto eppure quel vuoto insaziabile rimane. Questi sentimenti erano anche i miei all’epoca in cui vissi nell’appartamento sulla Tredicesima Strada Est mentre gli anni Ottanta tramontavano.

Ogni suo romanzo è stato una sorpresa ed un piacere sconfinato: tuffarsi in un mondo che parlava di una realtà così lontana dalla mia, ma di un sentire così affine a quella che sono, mi ha sempre fatto pensare che io e Bret saremmo potuti essere ottimi amici. Poco importa che lui abbia l’età di mia madre e che parli del suo fidanzato millennial, mio coetaneo, come di un idiota. 😉

Ricordo enfaticamente di non aver mai voluto ciò che ora richiedeva la cultura del nostro tempo. Anzichè rispetto e gentilezza, inclusione e innoquità, amabilità e decenza, ciò che volevo era essere disturbato dalle cose[…] Volevo essere messo alla prova. Non volevo vivere tra le pareti sicure della mia piccola palla di vetro con i fiocchi di neve ed essere rassicurato da ciò che mi era familiare e circondato dalle cose che mi facevano sentire a mio agio e mi coccolavano. Volevo calarmi nei panni degli altri e vedere il mondo con i loro occhi- specie se si trattava di outsider e mostri e freak che mi avrebbero condotto il più lontano possibile da quale potesse essere la mia comfort zone- perchè sentivo di essere io quell’outsider, quel mostro, quel freak. Volevo essere scioccato. Adoravo l’ambiguità. Volevo cambiare le mie opinioni su questo e su quello, praticamente su tutto. Volevo essere sconvolto e persino ferito dall’arte . Volevo che qualcuno mi annichilisse con la crudeltà della sua visione del mondo[…]E tutto questo ebbe su di me un effetto profondo. Mi donò l’empatia. Mi aiutò a capire che esisteva un altro mondo oltre al mio, con i suoi punti di vista, i suoi trascorsi e le sue inclinazioni, e non ho dubbi sul fatto che tutto questo mi aiutò a diventare adulto.

Raccontando una serie autobiografica di episodi della sua vita durante la stesura di Meno di Zero e American Psycho in particolare, White diventa quasi un’esegesi delle opere di Ellis, mentre il focus su alcuni personaggi famosi mi ha trovata piacevolmente compiaciuta nel constatare che si tratta dei miei idoli indiscussi di sempre.

La foto di Herb Ritts che ritrae Tom Cruise sulla spiaggia sulla copertina di Rolling Stone nell’estate del ’90, è quella che ancora oggi è appesa nella mia cameretta a casa dei miei e da cui parte Ellis per descrivere la star hollywoodiana che, come in A.P., abitava nel suo stesso stabile a Manhattan a quei tempi.

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Tom Cruise by Herb Ritts, Rolling Stone Cover July 12-July 26, 1990

Leggere di Charlie Sheen, Tarantino, Eminem, Kanye West, persino di Frank Sinatra e Richard Gere, mi hanno fatta sorridere e sognare di nuovo.

Poi ci sono gli ottimi giudizi cinematografici, la razionale e spietata critica alla tirannia del politicamente corretto e delle corporation, alle insidie dei social e al fascismo di sinistra che non è stato in grado di prevedere, capire, combattere l’ascesa di Trump, cadendo nel patetico senso di superiorità morale.

Ma questa è un’epoca in cui ciascuno viene giudicato così aspramente attraverso la lente delle politiche dell’identità che se ti opponi al minaccioso gruppone dell’ideologia progressista, la quale proclama l’inclusione universale tranne per coloro che osano porre una qualche domanda, in un modo o nell’altro sei fottuto. Tutti devono essere uguali, e avere le stesse reazioni di fronte a qualunque opera d’arte, movimento o idea e se uno si rifiuta di unirsi al coro di approvazione verrà accusato di essere un razzista o un misogino. Questo è ciò che accade a una cultura quando non gliene frega più niente dell’arte.

Vorrei dire a Bret che l’ho citato nella mia recensione sulla prima stagione di Pose senza sapere che l’avesse guardata un anno prima e che era proprio l’idea di libertà che volevo individuare in quel post… Concetto che lui spiega perfettamente nel raccontare di quella serie…

Ma ciò che mi ha enormemente sollevata nel libro di Ellis, è stato trovare quell’ironica intelligenza ed il senso critico che possono permettere a noi outsider, nel senso etimologico del termine, di riconoscerci, di adattarci a questo cataclisma, di far risuonare la nostra voce nello stagno urlante di una folla senza conoscenze, senza direzione, senza coscienza di se stessa.

Mentre tutti, apparentemente, recitiamo la stessa parte.

..La maggior parte di noi oggi conduce sui social una vita che è più fondata sulla finzione di quanto non fossimo in grado di immaginare anche solo una decina di anni fa, e grazie al germogliare di questo culto della popolarità in un certo senso siamo diventati tutti degli attori.Abbiamo dovuto ripensare i modi in cui esprimere i nostri sentimenti, i nostri pensieri e le nostre idee e opinioni nel vuoto creato da una cultura delle corporation che ancora e sempre cerca di ridurci al silenzio risucchiando tutto ciò che resta di umano e contraddittorio e vero attraverso regole prestabilite che dicono come ci si deve comportare. Sembriamo aver fatto pericolosamente ingresso in un tipo di totalitarismo che in realtà aborre la libertà di opinione e punisce chi si rivela per quello che è davvero. In altre parole: il sogno di ogni attore.

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