A Rainy Day In New York

A causa dell’odioso processo inquisitorio del #MeToo che ha scatenato la caccia alle streghe, l’ultima fatica di Woody Allen arriva nelle sale del mondo solo in queste settimane, dopo due anni di limbo.

Forse per questo stacco temporale, ma non solo, si ha come la sensazione che la pellicola abbia perso il passo del tempo: all’inizio i dialoghi sono quasi rallentati, forzati, le classiche battute alla Woody strappano appena l’ombra di un sorriso mentre tante situazioni vengono sviluppate frettolosamente ed i personaggi celebri ridotti quasi a comparse, come a voler usare i classici ingredienti delle sue pellicole senza la giusta amalgama.

Anche la Grande Mela è relegata troppo spesso al cliché: dagli appartamenti da rivista a Soho o sulla Fifth Avenue, passando per il MET, la passeggiata in carrozza e il Delacorte Clock nello zoo di Central Park, fino al piano bar al Carlyle, si respira tutta la nostalgia di Allen per una New York che ha trasformato i suoi luoghi del cuore in spot da turisti.

locandina

A Rainy Day In New York

Tra i meriti di Woody c’è senza dubbio quello di ingaggiare ogni volta gli attori più talentuosi di ogni nuova generazione: il classico triangolo amoroso tra il giovane alter ego Timothee Chalamet e la bravissima Elle Fanning, perfetta nella parte della bionda ricca, cretina ed ignorante, viene chiuso da una sorprendente Selena Gomez che, tolte le canzoni nostalgiche post relazione con Justin Bieber, conferma le doti di attrice già testate in SpringBreak.

Nella seconda parte tutto torna fluido, facendoci sperare di essere coccolati dai film del regista americano ancora per molti anni.

Resta il fatto che soltanto a New York, Londra e Parigi vale la pena vivere per essere felici: se non sei qui, non sei da nessuna parte e soltanto il misto di ansia, competizione, adrenalina e poesia urbana che queste metropoli ci regalano possono fare accadere cose straordinarie ed in aspettate.

Anche in un giorno di pioggia.

Voto 3/5