Bohemian Rhapsody

Ascoltare i Queen significa tornare adolescenti nella scoperta del Pop anni ’80, oppure, per i più adulti, per chi ha vissuto quegli anni “in diretta”, guardare alla gioventù passata col cuore carico di emozione..
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Ma tutti, sicuramente, siamo entrati in sala per riascoltare una storia che già ci era nota, perché a volte c’è bisogno di farsi raccontare miti e leggende anche quando se ne conosce l’epilogo.
Forse è proprio nell’intento di lasciare spazio ai sentimenti personali del singolo spettatore che il regista Bryan Singer sembra essersi fatto da parte, limitandosi ai dettami canonici del biopic più convenzionale senza il taglio d’autore. Più di due ore che scorrono con pathos sempre maggiore grazie, ovviamente, alla colonna sonora ma su tutto alla straordinaria interpretazione di Rami Malek che diventa letteralmente Freddie Mercury. Genio e sregolatezza scandiscono il rapporto conflittuale con cultura e famiglia d’origine, con la propria sessualità, con se stesso all’ interno della band e con l’affrontare e convivere con l’AIDS, malattia che ha falciato un’intera generazione.
L’attore di origini egiziane incarna perfettamente la vanità leggendaria del frontman con la sensibilità di un artista fragile nelle sue innumerevoli sfaccettature.

Essere umani è una condizione che richiede un po’ di anestesia

Dice il suo personaggio durante l’annus horribilis (1981) trascorso a Monaco di Baviera, in cui non fu mai esattamente lucido né padrone di sé..
Ma per attenuare questo stato di sofferenza, al di là di qualsiasi altro palliativo, la musica resta l’anestetico più potente, quello in grado di far dimenticare il dolore, di unire le persone, di aprire un varco alla speranza.
Ed allora la pellicola non poteva non raggiungere il climax terminando con il Live Aid del 13 luglio 1985 al Wembley Stadium di Londra ed i venti minuti di concerto che misero il sigillo dei Queen nella Storia della Musica.
Lacrime ed applausi.
Voto 3/5