Green Book

Parte male Green Book, con le sembianze caricaturali di quei B-movie anni ’90 della piccola Italietta da spaghetti mafia a New York e con un Viggo Mortensen imbolsito per ragioni di copione e troppo gesticolante, svilito nella versione italiana dal pessimo doppiaggio di Pino Insegno.

locandina

Green Book, 2018

Bisogna quindi attendere una mezz’ora buona per l’entrata in scena di Mahershala Ali, premio Oscar nel 2017 per Moonlight, perchè i toni si smorzino e  la pellicola prenda la piega giusta in un bellissimo viaggio che mostra tutte le sfaccettature dell’ America fuori dalla Grande Mela…

Basato sulla storia vera del musicista Donald Shirley e del suo autista Tony Lip durante il tour di concerti del 1962, dall’Indiana al Mississipi, passando Per Iowa, Kentucky, Carolina del Nord, Georgia, Tennessee, Arkansans ed Alabama, facciamo tappa nei luoghi segnalati da The Negro Motorist Green Book – guida turistica pubblicata tra ’36 ed il ’66 ad uso delle persone di colore e scopriamo una terra piena di contraddizioni e violenza ma anche di una bellezza emozionante e da immortalare come in una fotografia d’autore.

Pregiudizio, diffidenza e paura scorrono di pari passo fuori e dentro l’abitacolo anche tra i due protagonisti di questo classico road movie al termine del quale sarà nato un rapporto di complicità ed amicizia che li legherà per la vita…

La scena più esilarante è senza dubbio quella del pollo fritto in Kentucky, dove si ride con amarezza perchè gli stupidi luoghi comuni sono ahimè qualcosa di ancora tremendamente attuale e qualsiasi cosa pensiate, sappiate che un afroamericano istruito, poliglotta, elegante, che suona “come un bianco” e non mangia pollo fritto non sarà mai abbastanza nero per la sua gente nè abbastanza bianco per i Wasp.

Voto 3,5/5