L’Arte di Vincere

Da molte, troppe stagioni ormai,si assiste ad un generale impoverimento nell’industria cinematografica hollywoodiana: si ha l’impressione che l’avvento del 3D abbia cancellato ogni possibilità di pellicole di contenuto e di storie “nuove” che non siano dei sequel, prequel, spin off o simili.
Non a caso infatti hanno avuto un successo ben oltre le aspettative film come “Midnight in Paris” di Woody Allen o “The Artist”, fresco di Oscar, pellicole tutt’altro che originali ma che in tempi come questo rappresentano l’unica ventata di aria fresca che si può respirare nelle sale di tutto il mondo.

La storia vera di riscatto e vittoria del general manager degli Oakland Athletics Billy Beane sarebbe potuta essere un’altra piacevole sorpresa per gli spettatori assuefatti da prodotti ormai tutti uguali, un’ottima occasione per affrontare in modo originale il mondo dello sport, tema generalmente poco esplorato dai registi.

Purtroppo però, Bennet Miller non ha fatto strike.

Moneyball

Moneyball

Ricordate “Jerry Maguire”?
Ecco,prendete il meraviglioso film di Cameron Crowe (1996) sostituite il football al baseball, dimenticate l’ottima interpretazione di Tom Cruise nominato agli Oscar e optate per quella anonima e rassegnata di Brad Pitt, candidato senza alcun merito a miglior attore protagonista, togliete il bimbetto occhialuto e dolcissimo che ci aveva fatto ridere e commuovere allo stesso tempo ed aggiungete invece un nerd sovrappeso, Jonah Hill, non altrettanto simpatico, fresco di università e decisamente complessato.

“ L’Arte di Vincere” si riduce a questo: una pallida copia di una pellicola di successo ben più ricca di pathos, intelligente e completa.

Peccato inoltre per i ruoli ingiustamente sacrificati di Philip Seymour Hoffman, già protagonista del precedente film di Bennet: “Truman Capote” e di Robin Wright che con “Millenium” sembra ormai essersi abbonata al ruolo di piacente quarantenne in evidente crisi coniugale…

Certo non si può parlare di film mediocre: anche se la partenza è lenta e poco accattivante, la sceneggiatura è solida e la storia si sviluppa in un crescendo di emozioni che strappano anche qualche lacrima.

Usciti dal cinema si ha però la stessa sensazione che pervade un tifoso quando allo stadio la sua squadra del cuore pareggia in una partita poco entusiasmante giocando al di sotto delle proprie possibilità.

Voto 3/5

Elisabetta Baou Madingou

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